Incontro


incontro racconto breve di giovanni amatoNel piccolo borgo di Nayred il vento soffiava forte e la gente del luogo, in quella serata particolarmente uggiosa e fredda, si riparava come poteva. Chi in casa a riscaldarsi davanti a un fuoco accennato, e chi in taverna ad affogare i pensieri assieme a del vino scadente, da sempre buon compagno di vita. Quando l’occasione si presentò, io, un umile bardo, non potei non ringraziare gli dei che mi diedero la possibilità di esibirmi nella locanda più grande di quel piccolo borgo.

Ricevetti discreti consensi e, come sperato, anche qualche moneta. Qualche rame ed un argento donato probabilmente da un ricco mercante. L’ora tarda e qualche bicchiere di troppo, mi consigliarono di andare alla ricerca di un luogo dove riposare. Alzai il mio cappuccio in cuoio e mi avviai verso il sottobosco.

Arrivato lì, mi appoggiai a una quercia, presi gli ultimi fogli di pergamena che mi erano rimasti, e iniziai a comporre un primo verso… “Yur tithen cam, yur mell nif sor”. Tutt’a un tratto sentì il freddo metallo di una lama poggiarsi sul mio collo. “Non cercare di fare l’eroe, dammi il tuo borsello, e forse ti risparmierò la vita!” disse con voce tremante; sembrava quasi che io fossi la sua prima vittima. “Gentil taglia gole” replicai “dispongo solamente di pochi denari che ho guadagnato con la mia arte. Ma ve li consegnerò ugualmente perché ho imparato ad amare la vita, un bene molto più prezioso!”. Queste mie parole lo sorpresero a tal punto che mi accorsi di una piccola esitazione; aveva abbassato la guardia. La preda poteva diventare cacciatore; ma non feci nulla, mi limitai a voltarmi di scatto per scoprire con estrema meraviglia, che la persona che volevo uccidere per difendere la mia vita, era una bellissima donna.

Niente di più bello mai i miei occhi scorsero. Rimasi allibito e per la prima volta senza parole. La bandita mi guardò negli occhi, mi abbassò il cappuccio e con voce suadente mi disse “Ti ringrazio per avermi fermata e, se potrai, perdonami”. Io continuai a fissarla negli occhi e, simulando uno svenimento, le rubai un bacio.

Fu il bacio più vero che ricevetti in tutta la mia umile vita. Dopo qualche minuto, in assoluto silenzio, si voltò e iniziò a camminare verso il bosco da dove era arrivata. Rimasi immobile guardandola mentre si allontanava, ma urlai. Urlai con tutta la mia forza il mio nome e, con altrettanta veemenza, chiesi il suo. Si fermò, e senza voltarsi aggiunse “Imrick, il mio nome è Aelin; addio!”. Da allora, non la vidi mai più.

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